22 ott

Andrea Pessino, il creatore italiano di God of War da vent’anni in America

Da un programmatore di videogiochi, ti aspetteresti un look da nerd. Ma quando conosci Andrea Pessino capisci che sono solo luoghi comuni. Creatore di Daxter, God of War e altri videogiochi di grande successo mondiale, da vent’anni Andrea vive in California. Di primo impatto lo paragoneresti a un culturista, essendo Andrea un omaccione corpulento, ma quando la nostra intervista comincia, capisci che si tratta non solo di un programmatore di videogiochi ma anche di un self-made man con tanta voglia di crescere ancora. E che ha tanta voglia di creare una rete di connessioni che possa implementare lo sviluppo di nuovi progetti condivisi.

Andrea, si parla tanto di fuga di cervelli ed effettivamente anche tu hai deciso di andare via dall’Italia. Perché?Ho sempre avuto la passione per i giochi ma in Italia ho avuto un feedback non soddisfacente. Ho cominciato a programmare software gestionali, ma non mi sentivo realizzato. Così dopo una giornata particolarmente spiacevole in azienda , ho preso un giornale di videogiochi e ho inviato un curriculum in una sezione a caso. Sono finito così a Santa Barbara, in California: mi hanno fatto fare un periodo di prova, e dopo un mese ero assunto. Il motivo della mia “fuga” sta qui: in Italia non sarebbe stato possibile mettere alla prova le mie potenzialità.

Una carriera piena di soddisfazioni negli Usa…
Decisamente sì. Sono passato da una piccola società a società via via più grandi e ho cominciato a fare programmi di grafica che hanno avuto enorme successo. Progetti che hanno venduto tantissimo e conquistato molti awards. Nel 2003 ero stanco di fare giochi su pc e ho cominciato con le console: un team di sviluppo grandioso con cui abbiamo realizzato God of War, ancora oggi il gioco su Psp con massimo rating.

In autunno ci sarà una nuova uscita, e il sequel della saga. Cosa devono aspettarsi i giocatori?
Si tratterà di un’esperienza creativa molto più dinamica, con più nemici, con una storia che fosse percepita come emozionante e più legata alla serie. La storia è collocata tra la fine di God of War 1 e 2 e il nostro eroe avrà un carattere ancora più violento ma al tempo stesso affascinante. E un finale estremamente drammatico che i giocatori ricorderanno a lungo.

Secondo te n Italia sembra chi lavora nei videogiochi è considerato di serie B rispetto agli altri programmatori?
Nel nostro Paese chi lavora con i videogiochi è effettivamente meno considerato, ma credo si tratti di un problema di percezione. I più pensano ai videogiochi come qualcosa per i bambini e che, di conseguenza, debba avere un fine educativo. Per me il gioco deve invece intrattenere, essere fine a se stesso seppur con una dimensione sensoriale avvincente. In questo senso in America trovo un atteggiamento più maturo, una mentalità più entertainment-oriented.

La formazione dei programmatori qui in Italia è adeguata?
Partiamo dal presupposto che la buona educazione e la preparazione italiana è imbattibile. Purtroppo a livello universitario non esiste nessuna scuola che dia una preparazione completa ma fondamentalmente tutti quelli che lavorano nel nostro campo cominciano da un interesse personale prima che da una formazione didattica: la scuola è troppo lenta e distaccata dalla realtà Anche negli Usa ci sono molte scuole di videogiochi, ma il talento credo dipenda dallla capacità di crescere da soli.

Per un giovane che volesse intraprendere la tua carriera, è un passaggio obbligato quello di andare dall’Italia all’estero?
Credo di sì. Bisogna escludere in Italia di lavorare con un gruppo. E se le infinite risorse e potenzialità che possono nascere dal lavoro in team non sono realizzabili, l’alternativa è quella di spostarsi e trovare connessione. Oppure condividere le idee attraverso le nuove tecnologie: se ci pensi basta un computer e molto talento. Solo che in America,quando arrivai vent’anni fa mi dissero “Ok, prova”. In Italia forse non è esattamente così.

E in Italia torneresti mai?
In Italia ci tornerei in vacanza ma per lavorare non saprei da dove cominciare. Un giorno mi piacerebbe aiutare a stimolare la crescita del mercato e la creazione di gruppi di sviluppo in Italia. Ma l’Italia deve creare un ambiente propizio allo sviluppo, vorrei aiutare un paese come il mio che ha una tradizione culturale sterminata.

Cosa ti manca di più del nostro Paese?
Sicuramente mi manca l’arte del nostro bel paese e mi ha sempre sorpreso che gli italiani non siano mai andati in giro con gli striscioni a celebrare le proprie ricchezze, come fanno gli americani. Penso che gli italiani debbano credere di più in sé stessi. Basta capire che qualunque cosa tu voglia fare è possibile, non c’è nessuna ambizione o sogno fuori dalla tua portata.

Giuditta Avellina

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